IMPERTINENTE (The book is on the table)

Portinaio . Lavoro sporco, Nobodyknowsme, Portineria, The book is on the table, We are Family 1454 Nessun Commento

“Figlio mio caro stai mangiando?”
“Certo! Oggi mi sono fatto i broccoli con il parmigiano”
“Figlio di puttana a casa mia non li mangi mai”
“Hai detto quella parolaccia!!”
“Te lo dico…sei stato adottato!”

urlo emoticon

A casa mia, per avere info, pettegolezzi e segreti da sottoscala c’è solo una cosa sola da fare: provocare.
Così poi tutti s’incazzano e iniziano a sparlare e a confessare recondite storielle rimaste sotto i tappeti.
Mia mamma fa quella faccia un po’ vergognosa. Sta lì con le braccia conserte e guarda di tre quarti i coltelli della cucina. Mio padre ride e mi chiede in cambio sigarette e 5 Euro.
Mia zia è uguale. A mia cugina bastano due Vodke.
Scriverò un best seller!!!

Questo non è uno spoiler. Però volevo condividerlo con voi.
Giuro che mi sto impegnando!

I miei nonni paterni me li ricordo vagamente, sono morti quando io andavo alle elementari e siccome abitavano in un’altra regione, i miei decisero di non portarmi a vedere anziani morti che manco riconoscevo come parenti.
Mia zia Teresa invece emigrò in Australia, ogni tanto ho qualche notizia, so che ha avuto due figli e che capisce ancora il dialetto.
Non che abbia mai imparato l’italiano.
Il fratello maggiore di mio padre invece è andato al Nord, durante gli anni sessanta. Aveva vinto un concorso pubblico e scalato la piramide del successo in pochissimi anni.
Mio padre andava a trovarlo spesso, era molto strano il loro rapporto, mia mamma era anche un po’ gelosa di questa cosa. Infatti s’incazzava sempre e diceva che preferiva stare con suo fratello piuttosto che con lei.
Una volta mia padre mi portò a Milano con lui. Ero il primogenito e si sentiva orgoglioso di fare un viaggio da solo con me.
La casa di mio zio era enorme.
Aveva due porte con i pomelli dorati e una targa, sempre dorata, col suo nome scritto in corsivo.
La stanza d’ingrsso era enorme e vuota, con una porta sempre chiusa,  che dava su uno sgabuzzino con la moquette rossa. Dentro solo un telefono, roba da casa per appuntamenti.
Il salotto potevi ammirarlo con un binocolo, era vietato ai comuni mortali. Il divano aveva ancora il cellophane, il camino non era mai stato acceso, i tappeti vergini. Ma l’anno dopo quando mio zio comprò un pastore tedesco, ci pensò lui a sporcare quel regno puro e senza acari, con una bella dissenteria a spruzzo.
La moglie di mio zio è una maniaca ossessiva delle pulizie. Appena entrati ci fece subito mettere le pattine. A me piacevano, perchè scivolavo come sul ghiaccio. Però si vedeva che davamo fastidio. Ci aveva preparato la stanza in mansarda, dove le cameriere straniere tenevano le scope. Nel bagno non c’erano neanche le salviette di cortesia. Aveva tre bagni in quella casa, ma a noi capitò il cesso!

Se capitava che io pisciassi nel cesso reale di marmo di Carrara rosa, lei entrava subito con un panno di daino e uno spruzzino disinfettante.
Una volta mi sono pulito con le tende per farle un dispetto. Ma solo dopo aver fatto pipì!
Pensavo che Milano fosse bella e invece mi annoiavo, i miei cugini erano molto più grandi di me e uscivano sempre. Io ero costretto a stare tutto il giorno con la zia casalinga frustrata mentre mio padre faceva i suoi affari con il fratello.
Stavo davanti alla tv ore intere, davanti alla gabbia del canarino, davanti al camino spento.
Poi la sera si usciva a mangiare per non sporcare la cucina. Guardavamo il Duomo illuminato e poi tornavamo a casa.
Mio padre, per rendere le mie giornate meno strazianti, mi comprò due giochi in scatola. Il Brivido e Trabocchetto!
Ma giocarci da solo non era un granché! Quella stronza di mia zia pensava solo ai vetri, ai pavimenti e a quei ninnoli d’argento di rara pacchianeria.
Allora m’inventai un gioco.
Facevo finta di essere un ladro e vincevo se la zia non mi beccava.
Tanto lei era così indaffarata che non mi teneva mai d’occhio, credo non mi abbia mai considerato suo nipote, ma una presenza da sfamare.
Mi nascondevo sotto le scale che andavano in mansarda, dietro i capitelli di finto gesso, ho osato persino violare camera sua. Vincevo sempre!
Poi un giorno mi sono infilato nel sottotetto e lì ero sicuro che non mi avrebbe beccato. Iniziai a guardare tutti quegli oggetti che si tirano fuori raramente: l’albero di Natale, gli scii, la slitta, il barbecue. Poi c’era una valigia bellissima, tutta di pelle marrone e motivi floreali con un cavallino di ferro al centro. L’aprii ed era piena zeppa di soldi e  lingotti d’oro. Questo sì che è un tesoro! Se li avessi rubati,  la mia famiglia si sarebbe potuta permettere l’auto bella e abiti di marca.
Erano così tanti soldi. Chissà se erano contati? Avrei potuto comprarmi il treno della Lego o il galeone dei Playmobil.
Quella stronza di mia madre non me l’ha mai voluto regalare a Natale, che dopo un po’ il giocattolaio non ce l’aveva più in vetrina.
Avevo vinto ancora! Anzi, questa come si dice nel gergo, “era la bella”! Tiè brutta spilorcia con lo straccio delle pulizie in mano, non riuscirai mai a battermi!

Anche mia zia però era brava a nascondersi.

Ogni tanto spariva per mezz’ora lasciando scope e detersivi in giro per casa.
Con la tecnica che usava mia madre per ascoltare i discorsi dei vicini presi un bicchiere e lo appoggiai alla parete della cucina. Sentivo la zia, ma non riuscivo a vederla.
Era chiusa nello sgabuzzino del telefono e parlava con una voce molto sospirata. Mi avvicinai alla porta e sentii gemiti da film erotico. Faceva sesso telefonico con qualcuno. Diceva cose che io non capivo per la mia età, ma la trovavo così divertente.
Sembrava quelle donnine che guardava mio zio Carlo alla tv alle due di notte e che io immancabilmente beccavo quando rimaneva a dormire da noi.
Questa volta aveva vinto lei.
Il giorno dopo partimmo per Bari, mio padre con il portafoglio gonfio e io contento di riabbracciare la mamma.
Mio zio ci salutò con un sorriso compiaciuto e sua moglie fu felice di sbarazzarsi di noi. Regalarono anche a me un portafoglio, di quelli con lo strappo. Dentro c’erano mille Lire.

Ma io in tasca ne avevo altre cento!

Il Portinaio

 

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