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SOLTANTO PER UN DVD

yoyogi foto

Portinaio 246

Oggi ho deciso di tornare sulle mie tracce, anzi no, su quelle della mia amica Piera Lady Disturbia, nota per aver trattato male tutte le commesse del triangolo dello shopping Shibuya – Omotesando – Harajuku. Una delle cose più belle da fare a Tokyo è perdersi, perché si scoprono quartieri carini, nuove bevande nelle macchinette e soprattutto limited edtion di portachiavi di Hello Kitty. Solo una cosa resta uguale: i supermercatini (Konbini). Io e la mia amica Piera abitavamo a Tomigaya, fermata Yoyogi Hachiman. Per rendermi le cose difficili ho scelto di scendere alla stazione di Yoyogi, che voi direte: – vabbè è dietro l’angolo – e invece sta ceppa di minchia. E adesso dove vado? I sobborghi di Tokyo intorno ai grandi centri sono un po’ tutti uguali, casine grigie, insegne di ristorantini, vending machine. La vista ti va insieme e ti ritrovi a girare a vuoto. Fuori dalla stazione avevo tre scelte. Prendo la via di sinistra e vado verso il parco Meiji Jingumae, oppure a destra verso il Yoyogi Koen? Ma c’è anche quella al centro, l’incognita, magari la più probabile. Dai giochiamo difficile, prendiamo questa. Questa città conta qualcosa come tredici milioni di abitanti ed è facile incrociare di tutto. Ho visto un ragazzo con l’alopecia universalis, anziane con tre gobbe, uno senza gambe e un altro che si è strofinato la faccia per quindici minuti. Giuro, sono rimasto fermo a guardarlo. Sulla strada ho incontrato questo piccolo negozio: Bandit. Piccolo regno per i cultori del giocattolo introvabile. Hanno persino il bambolotto di Macaulay Culkin, quello di Mamma ho perso l’aereo, nella sua versione infante, non tossico. 😛 Quando sono entrato non c’era nessuno. Avrei potuto rubare tutto, uscire di soppiatto e correre come un matto con il mio zaino pieno di Gremlins e Orsetti del cuore, ma siccome sono educato e rispettoso delle loro regole giapponesi, ho solo sospirato davanti alle statuine dei Goonies. Poi la commessa ha fatto capolino da una tendina e non mi ha nemmeno cagato. Ma io ho una missione non posso perdermi dietro a bacchette e mostricciattoli. Dov’è la dimora dove abitavo con Lady Disturbia? Non mi ricordo più niente. Dopo 30 minuti mi sono accorto di essere tornato a casa mia. Uno scemo. Che cazzo di giro ho fatto? Non contento ho ripreso il treno e questa volta ho scelto la strada a destra. Fanculo il mio sesto senso, mica sono un Cavaliere dello zodiaco. Ma il destino questa volta mi è venuto in aiuto. Davanti a me si sono aperti panorami stupendi, beh adesso non esageriamo. Ho visto solo un centro ippico, tutto pulito, con una signorina addetta a raccogliere la merda dei cavalli. Di fianco il parco dei Pony, dove tutti i bambini composti facevano la fila per accarezzare quei piccoli equini nervosi. Anche qui c’era una signorina addetta a pulire le minuscole merdine lasciate qua e là. La mia camminata è ancora lunga, la fortuna mi ha fatto incrociare una strada a me familiare. Forse se giro da questa parte ritroverò la via di casa. Perché all’epoca non ho lasciato dei portachiavini per terra, come facevano Hansel & Gretel? Gira a sinistra, poi a destra, guarda in fondo. Eccolo il supermercato dove andavamo a fare spese folli! Finalmente!!! Ben tornato a Tomigaya mi ha urlato la mia testa. E’ rimasto tutto uguale. Sono corso subito a mangiare una bella Tempura, che alle 3 del pomeriggio non può che restarti sullo stomaco per tutta la giornata. Le cameriere non sono più quelle di una volta, ora ci sono due ragazze addestrate a dire sempre la stessa cosa. Quando mi vedono hanno una specie di sobbalzo. Chi sarà questo baffuto occidentale? Una si avvicina e inizia a parlare con quel fare servile che urta i nervi. Faccio segno sul menù e gli dico che non parlo bene giapponese. Il nostro dialogo è stato più o meno così: “Buongiorno benvenuto al ristorante Unto e Pesantezza, cosa vuoi da mangiare?” “Non capisco il giapponese?” “Preferisci il menù o solo la tempura?” “Se ti ho detto che non capisco poi fai tu. Portami il set menù” “Vuoi anche del riso” “Ma io preferisco il blu come colore” “La soia te la mettiamo a parte” “Lo sai che mia mamma riesce a ruttare l’Ave Maria?” “Grazie mille per essere venuto nel ristorante la sua comanda verrà evasa subito” “Ma perché continui a parlarmi in giapponese e non fai uno sforzo con il linguaggio dei segni?” Il cuoco deve aver capito il nervosismo che mi stava crescendo, perché ha un certo punto l’ha chiamata e le ha detto “Setto Menù”. E bravo! Dopo di me è entrato un uomo di colore e nessuna delle due ha avuto il coraggio di portargli il bicchiere di the di benvenuto. Mentre mangiavo tranquillamente guardando in trance il tavolo sentivo una presenza dietro di me. Era la cameriera che aspettava che mi girassi per dirmi: “Spoon?” “Spoon a chi?” “Spoon?” “Ti ho detto che non lo voglio il cucchiaio” “No spoon?” “No!” “Fork?” “Scusa non vedi che ho praticamente finito, non potevi chiedermelo prima?” “Allora torno a servire ai tavoli” Il cuoco curioso capendo le nostre difficoltà linguistiche mi ha omaggiato di una ciotola di riso, sorridendo e facendo il segno dell’OK riferito ai miei baffi. Alla cassa ancora stessa storia. Lei parla giapponese, io rispondo in inglese, lei di nuovo in giapponese, io in Italiano, lei ringrazia in giapponese e io pure. E rimane di stucco. Sono rimasto per più di un’ora nel quartierino dove vivevo otto anni fa, mi sono fatto prendere da romantici amarcord, ho visto cartelli “Most wanted” con la faccia della mia amica Piera Lady Disturbia, ho fotografato tutto, sono tornato nella libreria dove ci fermavamo sempre di sera, ho bevuto un caffè nello stesso tavolo dove facevo colazione, mamma mia che palle e quanta dolcezza! 😛 Neanche un episodio bizzarro, qui tutto è perfetto. Il rigore giapponese non lo puoi scardinare a meno che… Cos’è quello oggetto che disturba la mia foto? Cosa sta inquadrando il mio cellulare? In Giappone nessuno butta niente per terra, i cestini sono stati tolti per paura di attentati terroristici o per ragioni a me sconosciute. Però i dvd, quelli sì, li puoi lasciare ovunque. Il Portinaio