IL GIORNO CHE MI HAI LASCIATO

Portinaio . Nobodyknowsme 873 Nessun Commento

Mia zia è così presa a cercare un pretendente per la sua cagnolina che non ha ancora imparato a mandare una foto con What’s up.
Pare sia una campionessa di Burraco, fa corsi di spagnolo e punto croce, ama gli animali e un po’ meno i parenti.
Più di un mese fa le avevo mandato delle immagini di un Jack Russel, sperando diventasse un papabile pretendente. Ma non ho avuto risposta.
Ieri sono andato a trovarla e le ho lasciato una busta per mio cugino, con dentro delle carte che lui colleziona avidamente.
Così le ho anche chiesto se aveva mai visto le foto che le avevo inviato.

“Sì, ma quel cane non andava bene, aveva il pelo un po’ ispido”
“E quindi?”

E quindi nulla! Mio cugino non mi ha nemeno ringraziato e io sono rimasto lì come un fesso, aspettando chissà che cosa.
Ho sempre la percezione che i miei parenti pensino che io sia un perdigiorno, l’artista fallito o ancora peggio uno che trama chissà quale oscuri attentati all’eredità.
Mia zia l’ho sempre sentita lontana, affascinato dal suo carattere algido e dalle sue scarpe, l’ho vissuta poco durante la mia esistenza di comune nipote. E mi dispiace di non essere mai entrato fra i suoi interessi tantomeno nella rubrica del suo telefonino.
Non sono circondato da parenti facili. Lotto contro i mulini a vento manco fossi la “pacera” Maria De Filippi di “C’è posta per te”.
Non capisco le ragioni delle loro guerre e rimango sempre atterrito quando parliamo di politica e religione, argomenti che tiro fuori spesso per scaldare gli animi.
Ma più allargo il mio grado di parentela più mi accorgo che qualcuno è ancora in sintonia con me, che il legame di sangue si mischia al rispetto e all’empatia.

Il giorno prima che mi lasciò ero tutto di fretta.
Dovevo correre a casa, mangiare dai miei al volo e andare subito al lavoro.
In auto cercavo una sigaretta dentro quella cazzo di borsina da squatter che mi portavo sempre in giro.
Ho sentito la sua voce che mi chiamava.
Il mio telefonino era senza blocco tasti e aveva fatto partire una chiamata.

Frenai per non infrangere le regole del buon guidatore e per un attimo mandai a farsi fottere la mia ansia di arrivare in ritardo.
Zio, lo chiamavo così.
La febbre per il Giappone me l’ha trasmessa lui, che c’era stato 50 volte e aveva sempre aneddoti bellissimi.
Mi diceva che il popolo nipponico è faticoso, ma ne apprezzava l’educazione e l’arte. Nella sua casa c’erano due quadri sulle scale, che per anni da piccolo mi soffermavo a guardare. Se ricordo bene rappresentavano una geisha e un demone. Negli ultimi anni gli chiedevo se nel testamento mi avrebbe lasciato almeno quello con la geisha. Ci scherzavamo.
Mi diceva di studiare l’inglese e di lasciar perdere il giapponese.
Era un evento andare a casa sua, perchè potevo stare con i mie “cuginetti“, trovare una mousse al cioccolato solo per me, sentire nuove storie dei suoi viaggi e respirare quello che sto cercando tutt’ora.
Il primo libro della mia vita me l’ha regalato lui: “Dieci piccoli indiani”. Lo conservo ancora nella mia libreria. Fra le pagine che ingialliscono ogni giorno di più c’è una cartolina, intatta come se fosse stata spedita ieri. E’ firmata “Tony” e nella O c’è disegnato un paio di baffi.
Il giorno che ci siamo sentiti mi disse “Vuoi ancora andare in Giappone?
Le tragedie nella vita hanno il potere di riavvicinare le persone o di separarle. Ci sono quelli che si muovono spinti solo dall’amore, quelli soggiogati dal dolore e quelli che non aspettano altro che chiudere la porta.
Lui si muoveva bene dentro la mia famiglia. Mi piaceva starlo ad ascoltare.

Ieri ho sentito suo figlio, uno dei tre, che nonostante i 9000 km di distanza che ci separano è come se fosse dietro casa mia.
Ci accumuna un destino bizzarro, un karma elevato e il piacere di stare insieme. Di lui invidio lo spirito di sopravvivenza, i suoi fratelli e quell’inglese perfetto.
Mi ha chiesto di “versare un po’ di prosa alla soda caustica nel mio blog”, che mi avrebbe letto per sentirsi “parte di un tutto”.
E se il mio intento è sempre stato quello di riavvicinare i miei parenti, come farebbe qualsiasi Portinaio con i suoi condomini, beh…forse con loro non ho dovuto fare nessuno sforzo.
Il quadro è ancora appeso sulle scale, ma l’eredità che mi ha lasciato è un sentimento grande.

Il Portinaio

Tags: Portineria We are Family

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