L’AMORE AI TEMPI DI DAITARN 3

Portinaio . Guardavo troppi cartoni, Lavoro sporco, Portineria 3797 Nessun Commento

Koros corse più forte che poteva, doveva fermare il Meganoide prima della trasformazione.
Narra la leggenda che siano esseri perfetti, creati dall’uomo per aiutare l’uomo. Ma il primo si ribellò e da allora la terra non fu un posto sicuro.
I Meganoidi della seconda generazione erano ancora meno perfetti, la supervista non bastava a renderli evoluti, il sintetico non poteva coprire le ferite, il cervello faceva fatica a dimenticare. Nel profondo erano umani e combattevano contro la loro anima di plastica.
E poi quelle tutine erano bruttissime, con quelle tonalità che andavano dall’azzurro all’indaco.
A loro era vietato innamorarsi, perchè la legge di Don Zauker bandiva ogni forma di emozione.
Koros per una volta smise di seguire i suoi obiettivi di guerra, il suo cuore, seppur semi artificiale, combatteva fra la ragione e il sentimento.
Se l’avesse saputo prima, forse avrebbe salvato tanti Meganoidi innocenti ed evitato ai Megaborg di combattere contro Daita(r)n 3.
Koros piangeva, le sue lacrime friggevano sulla sua pelle, piccole scariche elettriche uscivano dalla retina, non riusciva a smettere. Era come avere una cataratta perenne, i colori si facevano meno intensi e i contorni poco definiti.
Il Meganoide era pronto per la trasformazione, ma fu tentato dalla voce di quella donna.
Perchè ora?
Eravamo bravissimi a combattere, certo perdevamo sempre, ma avevamo capito che quel robot senza il sole valeva poco.
Allora spegnamolo questo sole. Copriamo di tenebre il mondo, lasciamo cadere le monetine per terra, riempiamo il frigorifero di niente, spaventiamo i terrestri, facciamoli svegliare soli, infettiamoli di paura, tradiamoli.
Ci sarà posto solo per noi. Deturperemo Beauty e Reika, uccideremo Haran Banjo e mutileremo Toppy.
Nessun sentimento solo la ragione.
I capelli rossi di Koros ricordavano quelli delle bambole, nessuno li aveva mai accarezzati, perchè rischiavano di prendere fuoco.
i suoi abiti erano scomodi, le sue scarpe strette.
Voleva liberarsi da tutto questo.
Attenta ai bulloni e alle placche sotto pelle si ripulì di quello che aveva di artificiale agli occhi di tutti.
Ora toccava la parte più difficile.
Koros si avvicinò alla Macro-Macchina, l’unica in grado di convogliare tanta energia da trasformarla in un mostro. Invertì le funzioni e l’accese.
Ordinò al Meganoide di guardare la rivoluzione.
L’acciaio tornò ad essere osso, i microchip sinapsi e i sensori tatto.
Sentiva per la prima volta dolore. Che bello il sangue quando si michia al combustibile.
Da bianca bionica tornò di un pallido rosa.
Poteva vedersi dentro, era ancora trasparente. I fili di rame mutavano in vene e capillari.
L’impianto dietro la cassa toracica iniziò a pulsare, finalmente il sentimento superò la ragione.
Rimase stesa per un minuto, nuda.
L’anima stava riprendendo vitalità.
Era come svegliarsi da un coma profondo, doveva ancora mettere a posto i ricordi nella mente.
Come aveva potuto rinunciare a questo corpo? Per il potere? La fama? La Gloria?
Meganoide la guardò. A lui era stato concesso di commuoversi.
Si guardarono negli occhi.
Lei sembrava una rosa appena sbocciata, delicata, pronta per abbellire qualsiasi casa. Doveva essere solo colta.
Perchè non riesco ad entrare anche io nella Macro-Macchina,  si chiese Meganoide.
Perchè i miei meccanisimi non girano nel verso giusto.
Perdonami! E’ che mi hanno costruito così, senza seguire delle istruzioni.
Koros si alzò e accarezzò quegli occhi rossi.
Non sei seriale, non lo è nessuno di voi. Non sei sbagliato.
Meganoide emanava corrente, sarebbe potuto rimanere sveglio una settimana con tutta l’energia che diffondeva.
Il loro abbraccio scatenò tempeste elettrostatiche. L’umano fece sudare il robot, lo confuse.
Ma lo teneva stretto. Lei aspettava, stava aspettando, aspetterà.
Nell’attesa si occupava di ridare dei sogni al Meganoide, di fargli capire che l’attenzione era un regalo immenso, che la libertà poteva essere condivisa, che salvarsi da soli non ne valeva la pena.

Daita(r)n 3 scoperchiò il tetto e vide il sacrificio della donna.
Non richiamò nessun attacco solare. Aspettò anche lui.
Non c’era più sofferenza nel gesto della donna, la sua era una dimostrazione. Si era liberata.
Guardala come protegge.
La rivoluzione era in atto.
Koros fissò il robot in tutta la sua magnificenza e lo chiamò.
Ancora vi sbagliate. Il suo nome non è Daitan, ma DaitaRn, con la R, come nella parola amoRe.

Quelle piccole sfumature che possono entrare..
tra i nostri sorrisi e tutte le facce più scure..
L’utilità di trovare qualcuno che dica “Ti Amo”
senza mai guardarsi intorno e chiedersi “Cosa facciamo?” (O.H.)

Il Portinaio

voglio dormire con te

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